Rumore di fondo

Il rumore é sempre presente. É una costante, a Capannonia. Anche a casa, con le finestre chiuse, puoi sentire il rombo sommesso dei camion che scorrono lungo la statale, il ronzio dei lampioni che di notte diffondono una tremenda luce arancione, malata ed irreale, il treno merci che stride sui binari, la corsa folle dell’extracomunitario in bicicletta o in motorino che fa il turno di notte.

É un rumore cacofonico di sottofondo che maciulla e rimesta i pensieri. Ti si attacca addosso come una peste e soffoca le tue parole. Impasta la terra di una sostanza nebbiosa e inafferrabile, brucia le sinapsi e intirizzisce i muscoli.

Nella Zona Industriale le cose si fanno piú serie. Lì il silenzio é stato bandito. Vietato tramite leggi speciali dall’impero di Capannonia. Il rumore vuol dire produzione e lavoro. Il rumore é fatturato. I macchinari devono andare, sempre. Mai fermarsi, sempre produrre, in un ciclo aberrante di carico e scarico, di gorgoglio sommesso, di paura del vuoto e dell’interruzione.

Le conversazioni seguono lo stesso filone. Il silenzio viene sospinto via a forza, relegato nel piccolo spazio di un tiro di sigaretta, di una sorsata o di un boccone. Non é importante cosa si dice, ma quanto si parla. Se non si parla, si spreca del tempo. E il tempo é fatturabile a 30 giorni.

Brevi cenni sul bar capannonico

Anche i bar a Capannonia sono dentro a quadrati, pratici e sbrigativi. Entri, ti ubriachi, ed esci. Chi ti serve deve essere una donna, preferibilmente di aspetto piacevole e carattere mansueto, che sappia stare agli scherzi dei clienti, che flirti con loro per fare in modo di farli sentire amati e sopratutto che sia disponibile a farsi dare una palpata ogni tanto.

A Capannonia abbiamo trovato il modo di monetizzare anche le relazioni tra uomo e donna. É il sovrapprezzo che pagate sullo spriz.

Vietato di parlare di idee nei bar. Nei bar si parla solo di altre persone, di lavoro, di schei. La politica non esiste, o, meglio, esiste un’unica politica: il governo ladro.

Un bar a Capannonia non ha mai una chiara identità. Il concetto di unicità e differenza é impossibile da concepire per il Capannonico. Una birreria deve vendere vino, spritz, cocktail e bourbon. Una vineria deve vendere vino, birra, spritz, cocktail e bourbon. Un cocktail bar deve vendere cocktail, birra, vino, spriz e bourbon.

Ogni locale é esattamente uguale ad ogni altro. Ma questa é una scelta estremamente pratica: non si ha mai l’imbarazzo della scelta, poiché tutto é uguale. Come i capannoni.

Nulla é scontato

L’ansia ti assale sopratutto la mattina, perché ancora non puoi sapere chi ti chiederà dei soldi oggi e quanti te ne chiederà.

Svanisce di solito dopo le cinque, quando ormai la maggior parte degli uffici sono chiusi e nessuna comunicazione viene piú spedita.

Quindi tiri un sospiro di sollievo, ti siedi, ti guardi attorno e magari riesci pure a sorridere un poco. Ma sai che il giorno dopo ricomincerà tutto quanto.

La terribile consapevolezza di dover lavorare non per riuscire ad avere una vita migliore, ma solo per chiudere i conti con i debitori, é devastante.

Ma a Capannonia nulla é scontato. Tutto viene pagato a prezzo intero. Possibilmente vista fattura. Altrimenti anche in comode rate mensili. Comunque, devi pagare. In fondo, stai consumando. Dal momento della sveglia in poi, consumi.

Non puoi scappare da Capannonia perché é ovunque attorno a te. É culto, setta, Chiesa e cimitero. Dal grembo alla tomba, tutto ció che ti accompagna é un’immensa fila di meno.

Zona Industriale nelle sere d’estate

Rimango sempre inebetito difronte ai tramonti. Il sole cala sui tetti in grigiocemento dei capannoni di Capannonia e li infiamma di un aranciato fulgore. Sembrano muraglie enormi, giganti nell’assoluta piattezza della Zona Industriale che si estende per chilometri quadrati. A destra e a sinistra in un immenso rettilineo, molti di loro sono ancora vivi dopo le nove delle sere estive, ma il loro canto é sommesso. Borbottano incomprensibili oscenità nella sera che sanno di ferraglia, mercuro cromo e follia.

Vorrei perdermi in mezzo a loro, a volte, ma non ce la faccio. Troppa geometria, troppe linee rette, troppe insegne sgargianti che si accendono ronzando assieme ai moscerini che salgono dai fossi. Non puoi perderti quando ogni edificio é uguale all’altro. Sei sempre al loro interno.

Sogno una Zona Industriale perpetua che vada da Venezia a Torino. Ininterrottamente, cubi di cementarmato e un’unica via che corre all’infinito. I camion sfrecciano attraverso di essa. Niente case, niente parchi, niente edifici storici, niente montagne, colline, boschi o laghi. Solo fatturato fin dove muore il sole.

Capannonia

Da geroglifici scoperti in una tomba risalente a circa duemila anni avanti Cristo, si apprende che un dignitario di corte del faraone Pepi II, di ritorno da una spedizione in una terra misteriosa situata nel nord Italia, portava, in dono, un “gioiello” speciale: un capannone, un edificio del paese di “Capannonia”, nome che gli Egizi davano ai luoghi inesplorati delle regioni settentrionali.

I capannoni venivano allora considerati costruzioni soprannaturali ed erano tenuti in grande considerazione per la loro capacità di eseguire solidi profitti.
Questa è la testimonianza più antica sui capannoni; un edificio che, da sempre, ha legato la propria vita ai ritmi eterni e misteriosi della pianura padana.

Ed è in Capannonia, tra i bacini dei fiumi Chiampo e Guà, nella provincia di Vicenza, che ancora oggi vivono gli ultimi nuclei di capannonoidi primitivi, il gruppo forse più arcaico, ma indubbiamente, più raro, tra tutti i capannonoidi oggi esistenti.

Admiral Club

Quando non correvo dalla fine dei tempi, vedevo creazioni umane che saltavano fra un mutuo e l’altro, fra silenzio e noia, fra l’aggrapparsi agonizzante di un rumore di slot.

Baristi ciccioni mi fornivano da bere, non dandomi una fine, ma un inizio prima della fine, dandomi droga che corresse in maniera spessa fra le vene.

Preleva preleva preleva. Dammi altri soldi. Finché la fine non si avvivicina, sono ancora convinto di vincere. Tristi conclusioni arrivano quando meno te lo aspetti. Rincorro tutto quello che non é, mi aspetto che mi si svuoti il posacenere, non riesco a riposare.

Da quanto lavora qui? Domando al barista ciccione. Fin da quando ne ho memoria. Sono sempre rimasto, fra queste quattro mura, a logorarmi ansando. Sempre lo stesso suono che corre, che si tramuta nella cacofonia di quello che sono: un’esistenza umana segnata dal ritmo incessante del denaro che cade o che non cade. Un suono eterno ed elettrononico che mi spacca le orecchie e allo stesso tempo mi da da vivere.

Un rumore armonico significa che prendi soldi, disarmonico che è un fallimento. 99% fallisci, ma non é questo il problema. L’importante é sentire il dolce suono della vittoria. Lo scampanio del diniero. La completezza di quello che sei, denaro. Se non lo ottieni gratis, senza lavorare, sei uno sfigato. La fatica é oltre.