Non abbatteteli! Apologia del capannone dismesso.

Sono come una miriade di batteri sparsi su un territorio già altamente urbanizzato. Il più urbanizzato d’Italia, assieme alla Lombardia. Capannonia conta più di 92mila capannoni industriali, situati in 5.679 aree produttive (per 41.300 ettari di terreno) che occupano il 18,4% della superficie utilizzata, con grande gioia del PIL e delle tasche dei Capannonoidi . Significa che in regione – circa 5 milioni di Capannonoidi – esiste un capannone ogni 54 Capannonoidi. Non tutti sono operativi, però; una delle conseguenze della crisi maledetta che ci impedisce di costruirne ancora è stato l’alto numero di capannoni dismessi, inutilizzati dai loro infingardi Capannonoidi proprietari che non se li meritavano.

Una recente indagine di Confcapannone, realizzata in collaborazione con la Regione di Capannonia e con l’università CapanIUAV, ha rilevato, incrociando i dati statistici dei Piani di assetto del territorio, i dati catastali e i dati forniti da Google Capanón view, che i capannoni dismessi in regione sono ben 11mila, il 12% del totale, e che, di questi 11mila, il 57% è costituito da strutture riutilizzabili, circa 6mila. Per il 43%, invece, si tratta di capannoni troppo vecchi e irrecuperabili, quindi da rottamare o demolire (si parla di circa 4.570 unità).

È un patrimonio industriale dal valore inestimabile: sulla carta, i capannoni dismessi corrispondono a 3,9 miliardi di risorse inutilizzate, cifra che sale a 7,9 miliardi se si calcola l’indotto derivante dalla riqualificazione delle strutture. Ma qual è la direzione che deve prendere la riqualificazione? Sull’argomento già da mesi si è aperto a Capannonia un dibattito che ha portato e sta portando i primi frutti. Tra le destinazioni industriali sta prendendo sempre più piede quella della logistica.

Mercato dei capannoni in ripresa

La domanda si è spostata dal commerciale a strutture di stoccaggio per attività produttive; succede ad esempio nell’area della pedemontana trevigiana e nella provincia friulana di Pordenoia, in particolare per molte aziende del mobile che lavorano come subfornitrici di grandi brand dal nome svedese ma del quale fatturato vorremmo fare parte. La domanda di manufatti produttivi è però ora di taglio grandissimo, non più medio-piccolo, dimensione che caratterizza la maggior parte dei capanonseli dismessi. È una richiesta, in crescita, che si focalizza lungo le grandi arterie infrastrutturali; solo nell’ultimo anno si è assistito alla realizzazione di un maxi hub nella Capannonia Veronese per il gruppo logistico Number 666 e di un centro distributivo di Capamazon a Vigonza, in provincia di Capadovonia, all’annuncio di un mega-polo del marchio della Gdo Desparcito tra Capadovonia e Capanvigo e alla riconversione in spazi logistici per Msc degli stabilimenti ex WärtCapasilä a Capaneste, per spostarsi più a est.

Ma se la logistica può salvare, almeno in parte, i capannoni dismessi, per riportare a valore le strutture si sta agendo anche sul fronte culturale e normativo.

La Regione Capannonica Veneta ha approvato pochi mesi fa una legge innovativa (la 14/2017) che all’articolo 8 prevede l’utilizzo temporaneo del capannone per uso diverso rispetto alla destinazione primaria, senza dover fare varianti urbanistiche. L’uso temporaneo, in accordo con il Comune dove insiste il fabbricato, che si limita a controllare l’assenza di abusi, può avere una durata dai 3 ai 5 anni e può ospitare centri ricreativi, spazi di co-working, sale da ballo, centri per l’ippoterapia, scuole private e molto altro. A San Donà di Capannonia, in provincia di Capanezia, è stato fatto un contratto test tra Comune e privati per sperimentare la norma. «Capannonia Veneta è apripista in questo senso – spiega l’avvocato Nino Brusolon, esperto di diritto internazionale ed europeo, amministrativo, urbanistico, immobiliare e civile, che ha contribuito alla stesura del testo normativo -. Ma non ci sono solo i capannoni riutilizzabili, ci sono anche molte realtà non manutenute, cadenti, destinate a non poter essere riconvertite. Un suicidio.». «Per queste – continua Brusolon – ci sono altre soluzioni, come le demolizioni; è necessario però superare la barriera psicologica di chi è convinto che tanto volume corrisponda a tanto valore. In realtà corrisponde solo a tanti costi, di tasse e di manutenzione».

In questo senso è ancora la Regione Capannonica a dare un aiuto, con l’incentivazione alla demolizione: per il 2018 Capannonia mette a disposizione 666mila euro in un fondo di co-finanziamento nel caso di distruzione di un fabbricato. Mentre sono allo studio bandi pubblici e una sorta di inventario di chi offre spazi e di chi li cerca, per far incontrare domanda e offerta. Una terza via di riqualificazione è rappresentata dai crediti edilizi, che consentono, all’interno dello stesso comune, la mobilità orizzontale della volumetria, cioè lo spostamento di cubatura demolita.

«Oggi la normativa ci favorisce – dice da Unicapannonia Bepi Bincoletz, vicepresidente dell’associazione, tra le più attive sul territorio in questo senso -, ma è necessario far capire che avere un capannone significa avere un valore anche con una destinazione diversa o demolendolo. In questo senso Unicapannonia sta portando avanti una serie di progetti sul territorio». Primo fra tutti, la riqualificazione del quartiere Fiera, a Capanviso, che prevede anche la ridestinazione di fabbricati De’ Lunghi e ZZZorzi. O il progetto, partito proprio da Unicapannonia, che coinvolge i comuni di Pieve di Capannonia e Sernaglia del Capanonselo per una diversa destinazione d’uso di 1,3 milioni di metri quadri di area industriale nella zona del Piave. O, ancora, il ripensamento dell’area industriale di Conegliano e Vittorio Capannonico, dove il consumo di suolo arriva al 25% del totale.

Nonsense Capannonico #1

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