Entrare nei capannoni per curarsi

Il Centro Medico C.M.S.R. di Capannonia si ergeva bianco, cubico e immacolato.

Minimali finestre dagli invisibili infissi di acciaio puntellavano la facciata a vetri a specchio e una gigantesca insegna illuminata a LED giorno e notte reclamava le ultime offerte di epilazione laser.

Entrai con la felicità nel cuore, perché sapevo che nulla di male poteva succedermi all’interno del capannone curativo.

Sciamani in professionale camice bianco mi avrebbero accolto a braccia e POS aperti aspettando null’altro che la conferma di avvenuta transazione.

Nella mia testa rimbombava l’eterno clangore di porte sbattute, di musica dodecafonica e odore di sterilizzazione, di pulito, di professionalità.

La Direzione del Gruppo CMSR aveva infatti definito per ogni società una specifica missione.

CMSR Capannonia Medica si proponeva di essere un Centro Diagnostico che, in partnership con il SSR, sia un punto di eccellenza sul territorio per la Diagnostica per Immagini e per la Cardiologia attraverso l’impiego di avanzata tecnologia, alta competenza medica ed efficiente organizzazione. Nell’ambito della Cardiologia veniva garantita all’utenza la gestione integrata con i servizi ambulatoriali e ospedalieri, pubblici e privati, del territorio.

Il Poliambulatorio Capannonico Sanimedica offriva all’utenza le varie specialità mediche al fine di approfondire tutti i quesiti diagnostici. C’era annessa una Sala Chirurgica di Day Surgery che consentiva agli specialisti di gestire le problematiche di tipo chirurgico.

La Divisione Medicina del Lavoro in collaborazione con la diagnostica ed il laboratorio di C.M.S.R. si offriva come punto di riferimento unico e completo per tutti gli adempimenti della sorveglianza sanitaria secondo il Decreto Lgs. 81/2008.

Il Centro Medico FisioCapannone divisione di Sanimedica e di CMSR offriva servizi sanitari di tipo ambulatoriale per le principali branche specialiste nell’ambito della riabilitazione ortopedica. In tale ambito si poneva come obiettivo la gestione integrata del Paziente ed atleti di qualsiasi disciplina mediante l’utilizzo di protocolli e tecnologie avanzate.

Non abbatteteli! Apologia del capannone dismesso.

Sono come una miriade di batteri sparsi su un territorio già altamente urbanizzato. Il più urbanizzato d’Italia, assieme alla Lombardia. Capannonia conta più di 92mila capannoni industriali, situati in 5.679 aree produttive (per 41.300 ettari di terreno) che occupano il 18,4% della superficie utilizzata, con grande gioia del PIL e delle tasche dei Capannonoidi . Significa che in regione – circa 5 milioni di Capannonoidi – esiste un capannone ogni 54 Capannonoidi. Non tutti sono operativi, però; una delle conseguenze della crisi maledetta che ci impedisce di costruirne ancora è stato l’alto numero di capannoni dismessi, inutilizzati dai loro infingardi Capannonoidi proprietari che non se li meritavano.

Una recente indagine di Confcapannone, realizzata in collaborazione con la Regione di Capannonia e con l’università CapanIUAV, ha rilevato, incrociando i dati statistici dei Piani di assetto del territorio, i dati catastali e i dati forniti da Google Capanón view, che i capannoni dismessi in regione sono ben 11mila, il 12% del totale, e che, di questi 11mila, il 57% è costituito da strutture riutilizzabili, circa 6mila. Per il 43%, invece, si tratta di capannoni troppo vecchi e irrecuperabili, quindi da rottamare o demolire (si parla di circa 4.570 unità).

È un patrimonio industriale dal valore inestimabile: sulla carta, i capannoni dismessi corrispondono a 3,9 miliardi di risorse inutilizzate, cifra che sale a 7,9 miliardi se si calcola l’indotto derivante dalla riqualificazione delle strutture. Ma qual è la direzione che deve prendere la riqualificazione? Sull’argomento già da mesi si è aperto a Capannonia un dibattito che ha portato e sta portando i primi frutti. Tra le destinazioni industriali sta prendendo sempre più piede quella della logistica.

Mercato dei capannoni in ripresa

La domanda si è spostata dal commerciale a strutture di stoccaggio per attività produttive; succede ad esempio nell’area della pedemontana trevigiana e nella provincia friulana di Pordenoia, in particolare per molte aziende del mobile che lavorano come subfornitrici di grandi brand dal nome svedese ma del quale fatturato vorremmo fare parte. La domanda di manufatti produttivi è però ora di taglio grandissimo, non più medio-piccolo, dimensione che caratterizza la maggior parte dei capanonseli dismessi. È una richiesta, in crescita, che si focalizza lungo le grandi arterie infrastrutturali; solo nell’ultimo anno si è assistito alla realizzazione di un maxi hub nella Capannonia Veronese per il gruppo logistico Number 666 e di un centro distributivo di Capamazon a Vigonza, in provincia di Capadovonia, all’annuncio di un mega-polo del marchio della Gdo Desparcito tra Capadovonia e Capanvigo e alla riconversione in spazi logistici per Msc degli stabilimenti ex WärtCapasilä a Capaneste, per spostarsi più a est.

Ma se la logistica può salvare, almeno in parte, i capannoni dismessi, per riportare a valore le strutture si sta agendo anche sul fronte culturale e normativo.

La Regione Capannonica Veneta ha approvato pochi mesi fa una legge innovativa (la 14/2017) che all’articolo 8 prevede l’utilizzo temporaneo del capannone per uso diverso rispetto alla destinazione primaria, senza dover fare varianti urbanistiche. L’uso temporaneo, in accordo con il Comune dove insiste il fabbricato, che si limita a controllare l’assenza di abusi, può avere una durata dai 3 ai 5 anni e può ospitare centri ricreativi, spazi di co-working, sale da ballo, centri per l’ippoterapia, scuole private e molto altro. A San Donà di Capannonia, in provincia di Capanezia, è stato fatto un contratto test tra Comune e privati per sperimentare la norma. «Capannonia Veneta è apripista in questo senso – spiega l’avvocato Nino Brusolon, esperto di diritto internazionale ed europeo, amministrativo, urbanistico, immobiliare e civile, che ha contribuito alla stesura del testo normativo -. Ma non ci sono solo i capannoni riutilizzabili, ci sono anche molte realtà non manutenute, cadenti, destinate a non poter essere riconvertite. Un suicidio.». «Per queste – continua Brusolon – ci sono altre soluzioni, come le demolizioni; è necessario però superare la barriera psicologica di chi è convinto che tanto volume corrisponda a tanto valore. In realtà corrisponde solo a tanti costi, di tasse e di manutenzione».

In questo senso è ancora la Regione Capannonica a dare un aiuto, con l’incentivazione alla demolizione: per il 2018 Capannonia mette a disposizione 666mila euro in un fondo di co-finanziamento nel caso di distruzione di un fabbricato. Mentre sono allo studio bandi pubblici e una sorta di inventario di chi offre spazi e di chi li cerca, per far incontrare domanda e offerta. Una terza via di riqualificazione è rappresentata dai crediti edilizi, che consentono, all’interno dello stesso comune, la mobilità orizzontale della volumetria, cioè lo spostamento di cubatura demolita.

«Oggi la normativa ci favorisce – dice da Unicapannonia Bepi Bincoletz, vicepresidente dell’associazione, tra le più attive sul territorio in questo senso -, ma è necessario far capire che avere un capannone significa avere un valore anche con una destinazione diversa o demolendolo. In questo senso Unicapannonia sta portando avanti una serie di progetti sul territorio». Primo fra tutti, la riqualificazione del quartiere Fiera, a Capanviso, che prevede anche la ridestinazione di fabbricati De’ Lunghi e ZZZorzi. O il progetto, partito proprio da Unicapannonia, che coinvolge i comuni di Pieve di Capannonia e Sernaglia del Capanonselo per una diversa destinazione d’uso di 1,3 milioni di metri quadri di area industriale nella zona del Piave. O, ancora, il ripensamento dell’area industriale di Conegliano e Vittorio Capannonico, dove il consumo di suolo arriva al 25% del totale.

Sulle colline di Capannonia

Sì, adesso è molto diverso, qua da noi; anche solo da dieci anni a oggi. Una volta almeno c’era la dimensione di una vita di provincia, ravvicinata, con delle scadenze ma anche con pause; alcune anche lunghe. Si lavorava ma anche si beveva. Si faticava ma anche si cantava… Adesso il ritmo è frenetico ma senza felicità, qua come altrove… La capannonicità, se così si vuol dire, che poteva essere una piccola filosofia della vita, fatta di ironia ma anche di entusiasmo, o se non vogliamo dire entusiasmo si può dire forse speranza mantenuta e difesa, è scomparsa…

Una filosofia della vita a Capannonia non c’è più, come non c’è più in alcun altro posto. Adesso beviamo tutto dal Capannone Americano; e in questo senso, soprattutto, Capannonia non c’è più… Parlare del mitico sindaco Rinaldo Bortolon della liberazione e del dopoguerra è come parlare del viaggio di Cristoforo Colombo. Sono passati secoli… I tempi della storia, e quindi anche della storia di questa provincia, si sono dilatati, allungati fin quasi a spezzarsi. Anche se della storia, cioè della memoria storica, non si potrà mai fare a meno. Per vivere.

Oltre i finestrini dell’auto vediamo tutto il verde intorno e la città laggiù in basso. Abbiamo così un momento visivo di grande respiro. Vediamo anche da lontano la zona industriale di Zermeghedo.

Sentiamo ancora la voce di Giuliano dei Notturni che continua:

Però, c’è ancora qualcosa di buono… A Capannonia, per esempio, basta anche mezzo chilometro, cinquecento metri, per cambiare aria e prospettiva. Dalle pietre si passa al cemento, dal grigio al grigio pià scuro… Si può anche arrivare al soffitto partendo dall’asfalto. Le colline di Capannonia, sono ancora una sorpresa di zone industriali… quasi intatte. Questo è certamente un risultato fra i più lodevoli, direi fra i più lusinghieri, di questi quarant’anni… Altrove, forse, ci sarebbe solo verde e alberi… a soffocare il fatturato.

Rumore di fondo

Il rumore é sempre presente. É una costante, a Capannonia. Anche a casa, con le finestre chiuse, puoi sentire il rombo sommesso dei camion che scorrono lungo la statale, il ronzio dei lampioni che di notte diffondono una tremenda luce arancione, malata ed irreale, il treno merci che stride sui binari, la corsa folle dell’extracomunitario in bicicletta o in motorino che fa il turno di notte.

É un rumore cacofonico di sottofondo che maciulla e rimesta i pensieri. Ti si attacca addosso come una peste e soffoca le tue parole. Impasta la terra di una sostanza nebbiosa e inafferrabile, brucia le sinapsi e intirizzisce i muscoli.

Nella Zona Industriale le cose si fanno piú serie. Lì il silenzio é stato bandito. Vietato tramite leggi speciali dall’impero di Capannonia. Il rumore vuol dire produzione e lavoro. Il rumore é fatturato. I macchinari devono andare, sempre. Mai fermarsi, sempre produrre, in un ciclo aberrante di carico e scarico, di gorgoglio sommesso, di paura del vuoto e dell’interruzione.

Le conversazioni seguono lo stesso filone. Il silenzio viene sospinto via a forza, relegato nel piccolo spazio di un tiro di sigaretta, di una sorsata o di un boccone. Non é importante cosa si dice, ma quanto si parla. Se non si parla, si spreca del tempo. E il tempo é fatturabile a 30 giorni.

Brevi cenni sul bar capannonico

Anche i bar a Capannonia sono dentro a quadrati, pratici e sbrigativi. Entri, ti ubriachi, ed esci. Chi ti serve deve essere una donna, preferibilmente di aspetto piacevole e carattere mansueto, che sappia stare agli scherzi dei clienti, che flirti con loro per fare in modo di farli sentire amati e sopratutto che sia disponibile a farsi dare una palpata ogni tanto.

A Capannonia abbiamo trovato il modo di monetizzare anche le relazioni tra uomo e donna. É il sovrapprezzo che pagate sullo spriz.

Vietato di parlare di idee nei bar. Nei bar si parla solo di altre persone, di lavoro, di schei. La politica non esiste, o, meglio, esiste un’unica politica: il governo ladro.

Un bar a Capannonia non ha mai una chiara identità. Il concetto di unicità e differenza é impossibile da concepire per il Capannonico. Una birreria deve vendere vino, spritz, cocktail e bourbon. Una vineria deve vendere vino, birra, spritz, cocktail e bourbon. Un cocktail bar deve vendere cocktail, birra, vino, spriz e bourbon.

Ogni locale é esattamente uguale ad ogni altro. Ma questa é una scelta estremamente pratica: non si ha mai l’imbarazzo della scelta, poiché tutto é uguale. Come i capannoni.

Zona Industriale nelle sere d’estate

Rimango sempre inebetito difronte ai tramonti. Il sole cala sui tetti in grigiocemento dei capannoni di Capannonia e li infiamma di un aranciato fulgore. Sembrano muraglie enormi, giganti nell’assoluta piattezza della Zona Industriale che si estende per chilometri quadrati. A destra e a sinistra in un immenso rettilineo, molti di loro sono ancora vivi dopo le nove delle sere estive, ma il loro canto é sommesso. Borbottano incomprensibili oscenità nella sera che sanno di ferraglia, mercuro cromo e follia.

Vorrei perdermi in mezzo a loro, a volte, ma non ce la faccio. Troppa geometria, troppe linee rette, troppe insegne sgargianti che si accendono ronzando assieme ai moscerini che salgono dai fossi. Non puoi perderti quando ogni edificio é uguale all’altro. Sei sempre al loro interno.

Sogno una Zona Industriale perpetua che vada da Venezia a Torino. Ininterrottamente, cubi di cementarmato e un’unica via che corre all’infinito. I camion sfrecciano attraverso di essa. Niente case, niente parchi, niente edifici storici, niente montagne, colline, boschi o laghi. Solo fatturato fin dove muore il sole.

Admiral Club

Quando non correvo dalla fine dei tempi, vedevo creazioni umane che saltavano fra un mutuo e l’altro, fra silenzio e noia, fra l’aggrapparsi agonizzante di un rumore di slot.

Baristi ciccioni mi fornivano da bere, non dandomi una fine, ma un inizio prima della fine, dandomi droga che corresse in maniera spessa fra le vene.

Preleva preleva preleva. Dammi altri soldi. Finché la fine non si avvivicina, sono ancora convinto di vincere. Tristi conclusioni arrivano quando meno te lo aspetti. Rincorro tutto quello che non é, mi aspetto che mi si svuoti il posacenere, non riesco a riposare.

Da quanto lavora qui? Domando al barista ciccione. Fin da quando ne ho memoria. Sono sempre rimasto, fra queste quattro mura, a logorarmi ansando. Sempre lo stesso suono che corre, che si tramuta nella cacofonia di quello che sono: un’esistenza umana segnata dal ritmo incessante del denaro che cade o che non cade. Un suono eterno ed elettrononico che mi spacca le orecchie e allo stesso tempo mi da da vivere.

Un rumore armonico significa che prendi soldi, disarmonico che è un fallimento. 99% fallisci, ma non é questo il problema. L’importante é sentire il dolce suono della vittoria. Lo scampanio del diniero. La completezza di quello che sei, denaro. Se non lo ottieni gratis, senza lavorare, sei uno sfigato. La fatica é oltre.